Il Castello Massimo

...l'interno

Salendo ancora dalla Piazzetta del SS. Salvatore ci troviamo proprio al cospetto del castello ma prima di addentrarci nella sua descrizione vogliamo farVi notare le abitazioni che appartengono al complesso. Parliamo di dipendenze asservite alla chiesa che fino a qualche anno fa fungevano da Oratorio e depositi delle antiche Confraternite religiose. In questi locali, per secoli, si è svolta quella fervente attività di cui accenniamo in un prossimo capitolo.

Il Castello Massimo che con la sua imponente mole sovrasta l’intero paese. Esso si erge a strapiombo sulla roccia verso Arsoli, sopra il fosso Bagnatore e la strada per Cervara mentre verso nord si affaccia sul giardino e sul “campo” sicuramente a suo tempo destinato a piazza d’armi.
Il complesso si articola su tre piani, il seminterrato, al di sotto del livello del giardino pensile, con l’”ogliara”, deposito dell’olio, “la caciara”, il deposito dei formaggi, il forno, la cucina, le prigioni con gli attrezzi di tortura; il secondo piano “nobile” sicuramente il più interessante e destinato solitamente alle visite ed il terzo con diversi vani di scarso interesse se si eccettuano le stanze nelle quali soggiornò Garibaldi con i suoi ufficiali.

L’ingresso
Attraversiamo prima un antico varco che i Signori usano ancora oggi per raggiungere la Chiesa del SS. Salvatore e poi un arco merlato, di notte illuminato da un antico lume sorretto da un lungo braccio girevole. Siamo in un cortiletto erboso intorno al quale sono sistemati numerosi reperti archeologici rinvenuti nel territorio nel corso dei secoli e l’antico stemma in pietra della Famiglia Massimo che sormontava “J’usciu e lla porta”.
Attraverso un portone di legno con rinforzi metallici si giunge alla parte bassa dell’atrio interno da dove si diparte una scala verso gli alloggi nobili e una scala di servizio verso le cucine. Ma ad attrarre l’attenzione in questo spazio sono la carrozza che trasporto la salma di Santa Francesca Romana e le numerose teste di animali intorno al soffitto ed antichi lumi a petroli oggi riutilizzati elettricamente.
Dall’atrio pavimentato parzialmente in selciato ed in parte a mattoncini di terracotta, si diparte uno scalone fino al vero e proprio portone d’ingresso ai cui lati si trovano due bassorilievi in pietra, aste, alabarde e altri trofei di caccia.

L’armeria vecchia
Varcato l’ingresso ci si trova di fronte ad un ampio corridoio illuminato da vetrate colorate raffiguranti lo stemma del casato. Qui è possibile ammirare, posta sopra il portone, una raccolta di strumenti musicali antichi, appartenuti alla banda musicale che i Massimo fondarono e finanziarono da sempre permettendo la costituzione di una tradizione bandistica che dura ad Arsoli da oltre duecento anni. In una teca, la divisa di Giuseppe Sciarra ultimo capitano della milizia arsolana in carica fino al 1833; appeso al centro del corridoio lo stendardo con gli stemmi di famiglia e ai lati numerose armature, cannoncini e colubrine oltre a quadri raffiguranti personaggi della Famiglia a partire da Fabrizio Massimo e antichi documenti incorniciati.
Proseguendo la visita varchiamo dall’armeria vecchia la porta che dà al salone su cui è scritto
DIVI PHILIPPI NERI CONSILIUM
FELICITATEM DEDIT ET SERVAT

a testimonianza dell’atto di acquisto che fu stipulato da Fabrizio Massimo su consiglio di Filippo Neri.

Il salone
Il salone del Castello Massimo è illuminato da due grosse bifore sulla parete lunga che si affaccia sull’abitato.
L’ambiente è molto ampio con pareti e soffitto affrescati.
I colori di dipinti e affreschi, vivi e brillanti, ne attestano l’ottimo stato di conservazione.

Gli affreschi del salone
Gli affreschi del salone del castello Massimo furono dipinti nel 1749 da Marco Benefial, pittore molto attivo nella capitale e in altre località dello Stato Pontificio, soprattutto dietro commissione del conte Niccolò Soderini imparentato con la famiglia Massimo (data e firma dell’autore sono visibili nel cartiglio tenuto in mano dalla Discordia).
Egli si avvalse dell’aiuto di Paolo Anesi e Niccolò Lapiccola per le scene di paesaggio e le finte architetture.
Una finta iscrizione marmorea inserita in un sovrapporta illustra le scene rappresentate.
Nella grande scena al centro della volta si celebra il matrimonio tra Perseo e Andromeda alla presenza di numerose divinità.
In alto, al centro di un disco con i segni dello zodiaco, Giove cavalca un’aquila; intorno agli sposi Giunone, le Grazie, Venere , la Fecondità, la Concordia, la Pace, la Discordia, Pegaso.
La scena è quasi certamente l’allegoria del matrimonio tra il marchese Filippo Massimo e Isabella Fiammetta Soderini celebrato nel 1715.
La fascia dorata che incornicia la scena è sorretta da figure di ignudi, due su ciascun lato lungo, seduti a fianco dei medaglioni monocromi contenenti le allegorie dei quattro continenti allora conosciuti (Asia, Africa, Europa, America) riconoscibili dagli attributi tipici. Fanno da controparte sui lati corti le allegorie delle quattro stagioni.
In basso, sulle pareti lunghe, dietro finte balaustre si aprono tre paesaggi: uno, il più ampio con al veduta di Arsoli, riconoscibile dal castello che domina l’abitato. Gli altri due, di fronte, tra le finestre, mostrano le vedute di Roccasecca e Pisterzo, antichi feudi della famiglia Massimo.
Sulle pareti corte, rispettivamente due nicchie con statue di virtù impersonate in vita dai progenitori romani dei Massimo, effigiati in busti dipinti sistemati tra le finte colonne che scandiscono gli spazi sulle pareti.
Completano la decorazione due piccoli sovrapporta con scenette agresti, la mietitura e la vendemmia, entrambi monocromi

Dal salone si accede a camere da letto, una sul lato destro, con letto a baldacchino con porzioni di pareti dipinte e grossi quadri alle pareti raffiguranti altri avi della Famiglia. Dall’altra parte pure si transita, una dopo l’altra intercomunicanti, in altre due stanze da letto con baldacchini sicuramente opere di grandi maestri dell’intarsio e della decorazione per giungere ad un altro ambiente affrescato.

La sala del trono
Quella oggi detta la sala da pranzo in realtà era chiamata sala del trono perché il Signore lì riceveva in forma ufficiale gli ambasciatori, amministrava la giustizia e il feudo.
Le pareti, affrescate con le fatiche di Ercole sono state eseguite da Giovanni Antonio Macci nel 1700 mentre gli affreschi della volta, datati 1557, dapprima attribuiti al solo Federico Zuccari, vengono oggi più prudentemente classificati come opera congiunta con il fratello maggiore Taddeo.
Questi raffigurano gruppi di suonatrici e danzatrici insieme a scene di guerra.

L’armeria nuova
Uscendo dalla sala del trono e percorrendo un breve tratto del corridoio si entra nell’Armeria nuova, realizzata nel 1885. Conserva armi da fuoco, cannoncini, palle da cannone e contenitori in polvere, speroni e bardature complete per cavalli, marchi dei laterizi realizzati nella “Pileria”, casse intarsiate oltre a quadri ritraenti gli ultimi signori, e tra gli altri, Maria Gabriella di Savoia Carignano, donna Eleonora Brancaccio e don Francesco Massimo.

Sullo stesso piano, ma non attualmente visitabili, le stanze dovre avrebbe soggiornato San Filippo, il teatro e la farmacia del 1600.

La cappella di San Filippo
Dall’armeria nuova, transitando per una sala con pareti decorate con piante e alberi, con un vecchio biliardo e appesa sul soffitto una aquila cacciata nel parco alcuni decenni fa, si giunge alla cappella gentilizia dedicata ora a San Filippo Neri ma già intitolata a San Roberto.
Nonostante qualche deterioramento degli anni e dei danni dell’ultima guerra conserva ancora la sua bellezza ma ad essere ancor più interessante di questa piccola cappella è la facciata esterna con protiro e decorazioni cosmatesche del XIII secolo molto simili a quelle dei luoghi benedettini in Subiaco. Questo prezioso reperto di arte gotica ha suscitato interesse sin dai secoli scorsi e Monsignor Croce vescovo di Tivoli, nel corso di una visita pastorale nel 1566, visto il pessimo stato della cappella, suggerì la demolizione e il rifacimento utilizzando gli stessi materiali.

Il giardino pensile e il giardino all’italiana
Ci troviamo ormai sul giardino pensile, ove è possibile ammirare una bella fontana al centro, varietà di fiori e, soprattutto piante di agrumi tenute in grandissimi vasi di terracotta con stemma gentilizio.
Affacciandosi dal balcone di questo grazioso spazio verde, ove regnanti e il Papa Gregorio XVI salutarono in più occasioni il popolo, oltre a poter toccare quasi con mano la torretta circolare e a godere di una vista panoramica eccezionale, si possono ammirare il sottostante “campo” e un giardino all’italiana con arabeschi di mortella che circondano fontane zampillanti.

Il parco
Ma ancor più si gode la vista di un’altra fontana a più gradoni che forma giochi d’acqua e cascatelle e, sullo sfondo di questa, sulla cima di una rampa a scaloni, si erge la maestosa statua di Roma sedente.
Questo reperto archeologico romano, rinvenuto durante gli scavi nelle Terme di Costantino sul Colle Quirinale e sistemata successivamente nella Villa Montalto presso le Terme di Diocleziano per volonta del cardinale Peretti, il futuro Sisto V, fu portata ad Arsoli dai Massimo dopo che intorno al 1870, la stessa Villa divenuta proprietà dei principi, fu espropriata per la costruzione della stazione Termini.
Dalla spianata del giardino, un viale a tornanti si incunea tra essenze di ogni genere, pini, querce, lecci, fino a raggiungere la sommità di quel colle di Belmonte che, secondo la storia, fu la prima area ad essere popolata. Lungo il percorso, ove dominano ombra e frescura, ci si imbatte, nascosto tra la vegetazione in una costruzione pure di epoca medievale, sicuramente un posto di guardia avanzato divenuto poi ricovero per numerosi reperti archeologici rinvenuti nella zona. In alcuni muri a secco del viale sono ancora incastonate parti di lapidi e scritte marmoree.
Dove la fitta vegetazione lascia spazio alla campagna ed agli ulivi, poco staccata dal viale, una graziosissima chiesetta, Santa Maria di Belmonte, con facciata gotica, realizzata nel 1853, tutt’oggi utilizzata come cappella e tomba di famiglia.
Proseguendo ancora si arriva all’altro versante del monte dal quale si può godere ancora di una vegetazione non comune.

Rimanendo però nel nostro itinerario, lasciamo il giardino pensile ed il castello per rientrare nell’abitato da un’altra parte passando prima davanti le scuderie e fiancheggiando la torretta, eccoci ancora nel campo, sicuramente una volta “piazza d’armi”. Ai lati si trovano la legnaia e le stalle e, proprio dalla parte opposta al cancello di uscita la Fonte Rustica con tre cannelle che escono da altrettante facce di pietra, fiancheggiata da due ampie vasche. Il tutto, ci porta subito ad immaginare quale poteva essere la vita in questi luoghi.

La scalinata
Uscendo, percorriamo quella ampia scalinata che già avevamo già descritta e, appena la stessa spiana, sulla destra, all’inizio di Via dei Massimo, ci si imbatte in una serie di graziosi murales raffiguranti scene di vita arsolana e nel “Mascherone” una fontana, contornata da colonne e architrave in pietra con al centro lo stemma dei Massimo.
A sinistra invece, ancora variopinti murales e un arco attraverso il quale si può proseguire una interessante passeggiata tra graziosi vicoli.